La Manna: una lezione preziosa!
Ricchezza e povertà sono entrambe prove, cui D-O sottopone l'Ebreo. La manna, il cibo celeste di cui gli Ebrei si cibarono nel deserto, ci fornisce la chiave per comprendere la natura di queste prove ed il valore del loro superamento.
Sfide sulla via
Prima di entrare nella Terra d’Israele, il popolo Ebraico girovagò per 40 anni nel deserto. Questo periodo ebbe lo scopo di preparare gli Ebrei al loro servizio Divino nella Terra Santa. Il concetto di servizio Divino comporta perseveranza nella propria missione, a dispetto delle sfide e degli ostacoli, che si incontrano. Per questo motivo, quei 40 anni furono pieni di sfide per il popolo Ebraico, come è scritto: “per metterti alla prova e per sapere ciò che avevi nel cuore, se avresti osservato o no i Suoi precetti.” (Devarìm 8:2) In generale, vi sono due tipi di prove: quella della povertà e quella dell’abbondanza. Nel deserto, gli Ebrei si confrontarono con entrambe, ed entrambe furono associate alla manna. La manna, infatti, da un lato rappresentò il massimo dell’abbondanza: era “pane dal cielo”, e, al contrario del “pane dalla terra”, non produceva scarti; in essa si poteva trovare qualsiasi sapore uno desiderasse, ed in più, i nostri Saggi narrano che, con essa, scendessero anche perle e gioielli... Dall’altro lato, la manna non produceva completa soddisfazione! Essa scendeva, infatti, giorno per giorno, e l’Ebreo non poteva metterne via per il giorno seguente. È detto che uno, che ha una pagnotta nella propria cassetta del pane, non può essere paragonato ad uno, che non ce l’ha. Ciò diminuisce la sua soddisfazione, quando egli mangia. Inoltre, chi vede cosa mangia, non può essere paragonato a chi non lo vede, e qualsiasi sapore prendesse, la manna, agli occhi di chi la mangiava, restava sempre manna.
Ciò che le nostre tasche non possono contenere
Questi due aspetti contradditori della manna erano il risultato della sua natura trascendente. Come il Divino è illimitato, così la manna, un’entità Divina, che discendeva dal cielo, aveva la caratteristica dell’illimitatezza, caratteristica che non veniva perduta, con la sua discesa nel mondo materiale. Da ciò derivano le particolari qualità di abbondanza citate. Proprio per questa sua natura spirituale unica, la manna non poteva essere prodotta da un normale sforzo materiale dell’uomo. Essa era completamente dipendente dall’iniziativa Divina e, scendendo di giorno in giorno, rifletteva l’integrazione della spiritualità (che è al di sopra del tempo e dello spazio) col nostro mondo materiale, nel quale ogni giorno è differente dall’altro. La manna, quindi, in quanto manifestazione spirituale, era illimitata, ma, venendo a far parte del nostro mondo, era associata alla povertà, poiché lasciava la persona con niente di suo, e senza la possibilità di vedere cosa mangiava (rispetto ai diversi sapori, che sentiva). Una fusione, quindi, di abbondanza e povertà. Di per sé, essa rappresentava la più grande ricchezza, mentre, nei confronti del ‘recipiente’ che doveva accoglierla, essa rappresentava il massimo della povertà: non era possibile, infatti, dire: “È mia.”
Nei limiti ed oltre i limiti della nostra comprensione
È possibile incontrare qui un ulteriore paradosso: non solo la manna non procurava soddisfazione, essa procurava, addirittura fame! Come è possibile? Ogni cosa, a questo mondo, ha una propria configurazione specifica e limitata, che può essere percepita e può soddisfare le richieste della persona. Quando, però, un essere limitato, come l’uomo, mangia “pane che viene dal cielo”, egli ne percepisce la natura spirituale e trascendente, senza limiti, e ciò provoca in lui una fame ulteriore. Essendo l’oggetto del suo desiderio illimitato, infatti, il suo desiderio di saziarsene non potrà mai venire appagato. Qual è la via, allora, per relazionarsi a questo potenziale illimitato? Semplicemente fare un passo oltre, uscire, cioè, noi stessi dalle nostre limitazioni.
Quando l’aggiunta provoca una perdita
In termini pratici, superare la prova che deriva dalla prosperità, comporta il negare il pensiero, che dice: “È stata la mia forza e la capacità delle mie mani, che mi hanno permesso di ottenere questa prosperità.” (Devarìm 8:17) Vincere la prova, che ci viene, invece, dalla povertà, significa comprendere e realizzare, che nessun male scende dall’alto. Se vogliamo che l’abbondanza proveniente dall’alto ci arrivi intatta ed in modo che la sua positività ci risulti completamente manifesta, noi non dobbiamo interferire con essa. Il farlo, infatti, ci porta solo ad una perdita, come ci insegna la Torà riguardo alla manna: “…chi ne aveva raccolta con più abbondanza, non ne ebbe di più…”. La via per ottenere la prosperità è quella di innalzarsi al di sopra della propria esistenza limitata e dei propri desideri, di scordare il proprio orgoglio e di affidarsi completamente a D-O. Ciò rende l’uomo un recipiente adatto ad accogliere l’influenza Divina, non solo nelle cose spirituali, ma anche in quelle materiali, aprendolo ad un flusso di abbondanza, che va completamente al di là del campo delle nostre capacità ordinarie.
(Adattato dal discorso di Shabàt parashà Ekèv, 5721)
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